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La leggenda racconta che in Frigia vivevano gigantesche guerriere chiamate “majellane”. La migliore tra queste, Maja, raggiunse il Monte Paleno, in occidente, per curare con una pianta rarissima il figlio ferito in battaglia. Ma quell’anno la neve si sciolse in ritardo e Maja non riuscì a trovare la pianta. E in ricordo del figlio di Maja, Giove fece crescere su questa montagna un piccolo alberello, il Majo (Maggiociondolo), dai profumatissimi grappoli di fiori gialli. Il Monte Paleno fu così chiamato Majella in onore di Maja, diventata custode delle selve, delle acque e dei segreti di questi monti.
La Majella che con la vetta di monte Amaro (2793 m) rappresenta la seconda montagna dell’Appennino, si presenta come una grossa cupola rocciosa, testimone di una storia iniziata milioni e milioni di anni fa dal fondo di un mare ricco di vita.
Emersa da questo mare tra i 5 e 3 milioni di anni or sono, la Majella deve la sua morfologia agli eventi climatici che hanno caratterizzato le passate ere geologiche. Le glaciazioni, i cui effetti sono arrivati fino alle nostre latitudini, hanno profondamente segnato questa montagna, soprattutto alle quote più alte dove sono ancora visibili i giganteschi “teatri” glaciali, sede di numerosi ghiacciai.
La Majella è anche la montagna delle selvagge valli e delle forre: La Valle di Santo Spirito, La Val Serviera, La Valle dell’Orfento e La Valle di Taranta, non sono che alcuni esempi di valloni che, tutt’intorno, incidono i versanti del massiccio.
In una diversità di ambienti così vasta, ricca di boschi, ruscelli e impervie pareti rocciose moltissime forme di vita hanno trovato dimora. Proprio qui, nel cuore dell’Appennino sono presenti specie d’animali esclusive dei monti dell’Italia centrale, come il Camoscio d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica subsp. ornata), l’Orso bruno marsicano (Ursus arctos subsp. marsicanus), e altre specie caratteristiche come il Lupo (Canis lupis), l’Aquila reale (Aquila chrysaetos), la Lince (Lynx lynx), il Gatto selvatico (Felis silvestris), la Lontra (Lutra lutra) e tanti altri ancora.
A questa ricchezza faunistica c’è da aggiungere una straordinaria diversità floristica. Non a caso per molti la Majella è la “Montagna dei fiori”. Sono circa 2100 le specie vegetali presenti su questo territorio, quasi un terzo dell’intera flora d’Italia! Tra queste specie vi sono moltissimi endemismi (entità che hanno un areale di diffusione abbastanza limitato e circoscritto) come la Stella alpina dell’Appennino (Leontopodium nivale), il Genepì appenninico (Artemisia umbelliformis subsp. eriantha), l’Adonide ricurva (Adonis distorta) specie esclusive come la Pinguicula di Fiori (Pinguicula fiorii), la Soldanella dal calcare (Soldanella minima subsp. samnitica) e specie che da questa montagna prendono addirittura il nome: l’Aquilegia della Majella (Aquilegia magellensis), la Viola della Majella (Viola magellensis), il Ranuncolo della Majella (Ranunculus magellensis), ecc..
Infine non si può parlare della Majella senza prendere in considerazione la storia delle millenarie tradizioni pastorali che, dal neolitico ad oggi, ci lasciano la propria testimonianza nelle grotte, nelle capanne a “tholos” e nei ricoveri utilizzati da generazioni.
La storia di questi monti narra anche di noti personaggi come Pietro da Morrone divenuto oi Celestino V, che sulla Majella decise di trascorre la propria vita da asceta. Il “segno” di Celestino in questi luoghi è ancora presente nei numerosi eremi e monasteri fondati dai proseliti del papa del “gran rifiuto”.
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